Viaggi ed esseri umani

Boicottaggi nel turismo

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Boicottaggi nel turismo
 

 

Birmania, Turchia, Cina, Cuba, Maldive, Tibet, Botswana, e chi più ne ha più ne metta. Luoghi molto diversi tra loro e qui accorpati in un abbraccio scomodo: dove si consumano violazioni dei diritti delle persone, di cui il turismo è fattore scatenante o partecipante. Per la verità, la scelta di andare o non andare in un dato luogo dipende oggi, per i consumatori, più da ipotetici fattori di rischio (attentati, catastrofi naturali, malattie) che non da pruriti di tipo etico. La folla che frequenta le agenzie di viaggi non indugia a simili contorsioni, Turchia sì Turchia no non passa in genere tra le sue preoccupazioni. E neppure i Tour Operators, appiattiti sui riscontri commerciali che devono a tutti i costi conseguire, si guardano bene dall’occuparsene. Quindi l’obiezione al viaggio per motivi politici attecchisce solo sui singoli turisti. Ma il novero dei viaggiatori attenti è sempre più ampio; costoro, in agenzia ci vanno solo a comprarsi un volo e la prima notte in albergo; per tanti turisti fai-da-te o per coloro che viaggiano con gli operatori del cosiddetto Turismo Responsabile, le scelte del genere contano, hanno un valore reale.
In questo ambito, ci si divide sull’etica. Popolare è diventato discutere, tra turisti e viaggiatori, sul sì o no alla Birmania, a Cuba, alla Cina. La questione investe il potere del turista/ consumatore. Che può intervenire su quel che non gli va con lo strumento più elementare di cui dispone: astenendosi dal comprare. Ma in realtà la questione è duplice: c’è un’incidenza sul nostro viaggio dei regimi che controllano quelle zone, oppure viceversa esiste una incidenza nostra sul paese di desinazione, a seconda che il viaggio si faccia o meno, oppure a seconda del modo in cui questo viene attuato.
Come accennato, alla maggior parte dei viaggiatori nulla importa dei distinguo sui paesi che violano i diritti politici. La maggior parte dei consumatori di turismo comprerebbe di tutto, andrebbe ovunque. Lo stesso vale per chi vende loro i servizi relativi, dai semplici bigliettai di agenzia, ai tour operators classici, ad Avventure nel Mondo, tutti fautori di liberismo il nome del loro turismo che fa comunque bene. E sulla stessa linea troviamo pure case editrici, praticamente tutte, e non si sbaglia citando per esempio Lonely Planet, leader incontrastata sul mercato delle guide che tanto influenzano il viaggiatore autonomo. Per questa scuola di pensiero il turismo è essenzialmente fattore di apertura, ed un fenomeno che offre alla popolazione locale possibilità che altrimenti le verrebbero negate.
Eppure in Tibet, paese una volta autonomo ed oggi invaso e soffocato dai cinesi, dove i soldi vanno soprattutto al regime, è dura incontrare la gente senza metterla nei guai, e i viaggi sono quasi tutti organizzati rigidamente. In Birmania non succede proprio lo stesso ma quasi, con l’aggravante dell’invito a turisti, operatori ed investitori esteri, da parte della leader Aung San Suu Kyi, a non recarsi nel suo paese per non legittimare la dittatura. Alle Maldive la maggior parte delle resorts appartiene al presidente, gli oppositori sono in galera, la gente non può esprimersi, vive in miseria e non ottiene alcun beneficio dal turismo degli atolli. A Cuba, il regime è evidentemente dittatoriale, anche se una massiccia propaganda “contro”, in Europa, lo dipinge peggio di quanto non sia; il turismo però nell’isola caraibica ha salvato sì l’economia, ma indubbiamente ha salvato anche Castro, e c’è quindi chi vorrebbe boicottarlo. In Africa, numerosi stati meriterebbero sanzioni (in Niger frattanto, per l’UNDP il paese più povero del mondo, ci pensano i guerriglieri anti-regime a sequestrare i turisti, altro che nostri boicottaggi). Qualche domanda, dunque, è necessario porsela.
 
Si dice: in tanti i paesi del mondo esistono conflitti interni, e violenze, e soprusi. Dovessimo opporre un boicottaggio per ognuno, l’intero esercizio del viaggio dovrebbe cessare. Ma andarci comporta comunque dei problemi, e i distinguo aiutano solo fino a un certo punto. Come comportarsi, dunque?  Dal dibattito su “turismo sì/ turismo no” emergono argomenti forti, sia pro che contro. Bisogna anche dire che le campagne di boicottaggio turistico varate in questi anni hanno conseguito risultati, nel migliore dei casi, molto parziali. Si crea una certa consapevolezza nell’opinione pubblica, ma è difficile incidere davvero sulla situazione politica della destinazione boicottata. L’azione diventa efficace quando il no al turismo rientri nel quadro più generale di sanzioni ufficiali al paese (bilaterali, multilaterali, o da parte delle istituzioni sopranazionali).
Se l’embargo è una misura isolata, è successo persino a Cuba con il bloqueo degli Stati Uniti, i risultati sono scarsi. La Birmania è un caso esemplare: oggi pochi sono i suoi commerci con l’occidente, pochi persino con il limitrofo sudestasiatico, ma le basta e avanza la Cina quale partner commerciale; e con l’aiuto di Pechino, Rangoon può infischiarsene dell’ostracismo internazionale e delle sanzioni di mezzo mondo.
Da ciò discende che il boycott, per avere incidenza,dovrebbe accompagnarsi ad un’azione di lobbying ad alto livello politico. Infatti, proprio questo fanno le ong europee ed americane che lavorano solo sui diritti umani: audizioni con i parlamentari, conferenze stampa, bozze di testi di risoluzioni da emendare, eccetera.
Di seguito, un riassunto dei pro e dei contro al turismo nei paesi più controversi sul piano dei diritti della persona.
 
 
Contro
- Perché il turismo internazionale costituisce una risorsa importante per regimi antidemocratici, corrotti, violatori dei diritti, persino sanguinari.
- Perché i soldi del turismo, oltre che ai quadri del regime, vanno di solito esclusivamente alle grandi multinazionali del settore (compagnie aeree, catene alberghiere, tour operator), che tacciono sulle brutalità del paese dove insistono ad operare, in nome dei profitti.
- Perché il turismo rafforza i governi del paese che si visita, diffondendo all’estero un'immagine desiderabile e "normale" della destinazione, che invece andrebbe additata in negativo.
- Perché – a volte - l'opposizione in esilio o quella in patria (la cui voce, a seconda del paese, risulta più o meno soffocata) chiede di non visitare il luogo.
- Perché le modalità del turismo possibili in quel paese non consentono la partecipazione della gente del posto.
 
Pro
- Perché col turismo alla gente del posto arriva almeno qualche soldo.
- Perché col turismo la gente del posto non resta completamente isolata. Il turismo è fattore di innovazione. Chiudere invece significa dimenticare e far dimenticare.
- Perché è la stessa gente a chiederlo.
- Perché i turisti possono portare fuori informazioni che altrimenti non risucirebbero a filtrare verso l’esterno.
- Perché non è col boicottaggio del turismo che un regime controverso viene messo davvero in difficoltà.
 
 

 
Boicottaggi mirati

 

“Ma i boicottaggi nel turismo, funzionano?”, si chiede Cath Urquhart sul Times di Londra. C’è chi ha una certa fiducia nelle aperture turistiche, e si schiera. “ (E) dovremmo fare tranquillamente il nostro viaggio in un dato paese se dissentiamo totalmente con il modo in cui questo è governato? E un boicottaggio turistico ha davvero un certo impatto su come il paese viene guidato, o sulle vite dei suoi cittadini? L’associazione Friends of Maldives chiede il boycott parziale dei soggiorni nelle famose isole evitando (però solo) certe resort, cioè quelle appartenenti direttamente al presidente Gayoom o alla sua cricca, che viola regolarmente i diritti umani: non si punta al boicottaggio integrale perchè non si vuole che i locali vengano penalizzati dal prosciugamento del reddito turistico da cui dipendono, in particolare in un periodo (difficile), in cui il paese sta giusto riprendendosi dalla scoppola dello tsunami. L’altro boicottaggio di alto profilo – perlomeno in Inghilterra – è quello sulla Birmania. Ho scritto sulle pagine del Times, a seguito di una visita nel paese effettuata come turista, non come giornalista” - prosegue la Urquhart –  “che l’appello al boicottaggio qui non è appropriato. Al governo birmano non importa un accidente dell’opinione del mondo, quindi non avvertirà granchè il danno della nostra assenza. Invece, nel paese, i locali hanno una gran voglia di incontrare visitatori, e non pochi contano su di noi per il proprio reddito.
Sorprendentemente, nonostante tutto ciò che ho sentito dire prima di andarci, è difficile trovare un hotel di proprietà statale, al massimo ci sono piccole strutture, in cui il denaro arriva dritto al proprietario. Pochi, fra i locali, sono inoltre al corrente dell’appello di ASSK per il boicottaggio del turismo in Birmania. E quando glielo si fa notare, la maggior parte si mostra turbata, poiché, se rispettano la nobel birmana da un lato, dall’altro vogliono i turisti. Sul fatto che il regime di Rangoon sia terribile, disastroso, non c’è dubbio. Ma visitare un paese non significa approvare il suo sistema politico. Io per esempio sono contraria, e in modo veemente, alla pena capitale, ma visito regolarmente gli USA. Nello stesso modo, trovo offensivo il fatto che l’omosessualità in paesi come gli Emirati Arabi sia illegale, ma continuo a volerli visitare. Abbiamo fatto un servizio sul giornale sulle vacanze dei gay, fornendo un ritratto di molti paesi aperti a gay e lesbiche. Altri, però, come la Giamaica, gli Emirati Arabi Uniti, e il Gambia, sono dichiaratamente ostili agli omosessuali. Stephen Coote, portavoce britannico della International Gay and Lesbian Travel Association, sintetizza così il problema: “Diciamo ai soci di stare attentissimi visitando paesi omofobici; d’altra parte, finchè gay e lesbiche non viaggeranno da quelle parti, le cose non cambieranno mai…Il che ci riporta alle Maldive. Il boicottaggio parziale, come nella campagna dei Friends of Maldives, è intelligente in quanto ci concede di continuare a visitare un paese bello e popolare, e per giunta dipendente dal turismo, con una coscienza ‘illimpidita’ (dalla consapevolezza). In Birmania, per esempio, ho trovato che parlare con i locali per loro è importante, e che questo permette che le loro voci vengano udite anche all’estero. Evitare completamente un paese significa invece semplicemente consentire che le cose negative accadano senza che nessuno le noti” (Urquhart, 2006)
 

da "Turismo Responsabile" di Renzo Garrone. RAM, 2007.

 

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